Claudio Baglioni Unaparolaperte.net

Un ringraziamento personale a Paolo Talanca per aver gentilmente accolto la mia richiesta di poter  riportare le sue nuove recensioni  presenti sul sito  http://www.concertodisogni.com/canzoni/   su Unaparolaperte.net. Grazie Paolo!

Paolo Talanca, le nuove recensioni

Mille giorni di te e di me

Home   ::   Recensione Patapan

 

PREMESSA


PREMESSA: siccome ho ricevuto e-mail di fans di Baglioni e di altri cantanti che mi “ammonivano” di non aver colto la giusta interpretazione di certi versi in mie precedenti recensioni, ci tengo a dire, quantunque ce ne fosse ancora bisogno, che le recensioni da me fatte rispondono ad una interpretazione del testo del tutto personale, che, quando possibile, è aiutata da interviste o battute degli autori delle stesse canzoni. E’ patrimonio dell’intelligenza umana poter registrare il fatto che uno stesso verso, strofa o intera canzone possano avere interpretazioni diverse ed a volte addirittura contrastanti.

Ebbene sì, sono tornato al mio vecchio amore: le recensioni delle canzoni di Baglioni. Oramai è più di un anno che non ne recensisco una, rapito da un ritorno di fiamma per Guccini e Vecchioni e da una deandreite acutissima che in pochi mesi ha travolto i miei sensi e annientato le mie resistenze che caddero “come corpo morto cade”.
Forse questo ritorno ad una canzone del disco “Oltre” del ’90, per di più ad una canzone tra le più famose del cantautore romano, si spiega col fatto che l’ultimo album, tranne qualche perla, non mi ha particolarmente appassionato.

“Mille giorni…” si inserisce in un sistema-disco (Oltre, appunto) pressoché perfetto. Oserei definire l’intero disco come una sorta di “Canzoniere moderno”, con rime che avvertono un bisogno di far combaciare la propria esistenza con l’assoluto per le prime canzoni, ricordi, aneddoti col tempo che prosegue sulla linea retta delle varie stagioni della vita, per fermarsi a cercar di cogliere “l’attimo eterno che non c’è” proprio con canzoni come questa, fino a ripartire ed approdare al quasi fantomatico e sicuramente provvisorio porto della pace nell’ultima canzone (Pace), dove si accenna a tutti gli sbagli del passato di un uomo perfetto nella sua imperfezione (“quando poi si nasce e il primo grido è un pianto” di leopardiana memoria), uomo che con stilemi petrarcheschi ricorda aneddoti “in sul mio primo giovenile errore”, coerente con uno spirito quasi umanista ed oserei dire neoplatonico che esplode nel sottotitolo dell’album “un mondo uomo sotto un cielo mago”. Proprio questa rivendicazione dell’importanza della figura dell’uomo, della sua intelligenza (che qui è termine di puro significato etimologico e tende ad unire l’umano al divino) rappresenta il trampolino di lancio per raggiungere l’oltre tanto agognato e riappare negli ultimi versi dell’ultima canzone dell’album, a mo’ di suggello corale:

“forse un mondo uomo
sotto un cielo mago
forse me…”

E’ perfettamente ovvio che, comunque, non si può racchiudere l’essenza del genio creativo e poetico di un album come Oltre in queste brevi nozioni proemiali.

Mille giorni di te e di me. Già il titolo è di una allusività unica. L’identificazione quantitativa del numero mille, con la sua incisività e precisione, rappresenta un concetto che si avvicina molto ad un numero quantificabile nell’infinito. Da sempre in poesia (e non solo) il numero cento o mille rappresentano “una moltitudine di volte”, sono allegorie cariche di una grandezza oggettiva. Nelle stesse canzoni di Baglioni queste figure sono molto presenti, si pensi a “cento e più tramonti dietro i fili del tram” (Strada facendo) o i “cento ponti da passare e far tremare la ringhiera” (Avrai) e si potrebbe continuare a lungo, anche col numero mille. Qui il numero mille richiama il forte legame che ha unito i due amanti, in un mondo idillico dove esistevano solo due corpi e due dimensioni, un “te” ed un “me” uniti a formare un amore che si pensava eterno.
Metricamente la canzone è abbastanza liscia e senza particolari da rilevare per estrarne un significato soprasegmantale. Resta la bellezza, nelle stanze strofiche iniziali ed in quella subito dopo il ritornello, dell’uso del verso di tredici sillabe (ed a volte anche maggiore o minore, comunque ipermetri e maggiori del canonico endecasillabo) da cantare tutto d’un fiato, ispirazione subitanea ed improvvisa come delle rivelazioni che spiegano il testo. Quest’uso del verso è particolare nel mondo poetico baglioniano, da confrontare con altre canzoni come “Io dal mare”:

Saranno stati scogli di carbone dolce
[…]
di una luna che squagliò un suo quarto

o “Naso di falco”:

quando l’aria è trasparente e non si tocca
[…]
se la luna ha veramente occhi, naso e bocca

In Mille giorni… questi versi sono:

da tutto e tutti per non farmi più trovare
[…]
liberi finalmente e non saper che fare
[…]
ti ho fatto male per non farlo alla tua vita
[…]
dolente mi levai “imputato alzatevi” [con ictus e spostamento dell’accento su “alzatevi”, che diventa parola piana “alzatèvi”]

per ripresentarsi, poi, nella stanza successiva al primo ritornello. Da sottolineare, poi, la potenza espressiva del “congedo” alla fine della canzone (da “incontro a chi”, fino alla fine della canzone) che rappresenta, forse, il punto di massima ispirazione dell’intero album.
I primi versi sono molto criptici. Probabilmente quel gioco di nascondigli appartengono ad una poesia fatta di sensazioni, di concetti che rimandano (a volte per sillogismo, altre per metafora) a situazioni altre, richiamate alla mente da termini allusivi. Ad esempio: qui la parola nascondersi è ripetuta per rendere, attraverso il significato comune del termine, un concetto col quale colorare la storia d’amore tra i due amanti. Dunque quel nascondersi forse allude ad un certo “fondersi dei due corpi”, ad un riparo dove lasciarsi andare ad un sentimento vivo e profondo, che preclude qualunque interferenza del mondo esterno di “tutto e tutti”. Voglio dire che, proprio attraverso la ripetizione di parole unite da un rapporto etimologico preciso (in questo caso nascondere), Baglioni esegue un fine esempio di espressività e dona un saggio di bravura nel “burattinare la parole” (per usare un’espressione gucciniana) degno del miglior Guittone d’Arezzo (si ricordi la celeberrima “Tuttor ch’eo dirò “gioì’”, gioiva cosa”).
Questi primi versi hanno il compito di fissare subito in mente l’immagine della storia d’amore, la sua caratteristica di idillio perfetto tra i due amanti durante quei mille giorni. E’ un amore che escludeva qualsiasi intromissione. Importante una certa situazione di riflusso e di scambio di ruolo tra i due amanti. C’è un’esigenza di riconoscere “il più forte tra i due”, quello che ha il sentimento più vero e profondo e che riesce a garantire la solidità del rapporto. Prima è lei che lo nasconde dagli altri. Successivamente è lui che si erge a paladino del loro regno, fino a nascondersi egli stesso dagli altri “per non farmi più trovare”, rendendo diafana la presenza della coppia tra la gente, forse idealizzando un amore senza tregua, fino a diventare aria, nascosto, quasi privo di una passione che derivava probabilmente dall’indispensabile rapporto con una realtà, un contrasto che rendeva il sentimento ogni volta nuovo e che a questo punto pare perso per sempre. Escludere la realtà non si può fare. Si finisce (pare dire Baglioni) col continuo riflusso di sole due esistenze in un corpo solo e si perde quello stimolo di confronto con gli altri che appare indispensabile per la vita della coppia e che nei ritornelli causerà dei dolori nel ricordo. Insomma: “quando si era insieme ci mancava il mondo, ora che abbiamo il mondo manca un rifugio come fu il nostro amore”, mi si perdoni la grossolana banalizzazione. L’uomo finì non solo per non farsi più trovare dal mondo esterno, ma anche dall’amante stessa, fino a distaccarsene completamente e diventare un imputato in un processo dell’abbandono. Quel “per” del secondo verso avrebbe così un significato di “fino a” (ho finito PER non farmi più trovare), invece dell’interpretazione più logica che ci darebbe un complemento di fine. Sotto questo aspetto assume enorme carica suggestiva l’apparente controsenso dell’io poetico che nasconde la donna fino a non farsi trovare più lui stesso, non la donna nascosta.
Quando “l’ingorgo di anime” e quell’intrecciarsi di passioni e sentimenti finisce, torna l’ordine, si torna “ognuno al proprio posto”. Importante il ruolo del termine “finalmente” del quarto verso. Sembra che in quei mille giorni i due amanti avessero sognato la libertà ma è evidente la carica antifrastica del termine in questo caso. L’isolamento che l’amore aveva prodotto si scontrava con la voglia di libertà e questo verso parrebbe suffragare l’interpretazione della grave mancanza con un confronto con la realtà esterna alla coppia. Sembra molto vicino, in questo caso, il senso della canzone di Masini “Viva la libertà” ed in particolare dell’ultimo verso “due innamorati ce l’hanno la libertà”.

Quando il “processo” comincia l’imputato/io poetico ammette di non aver lasciato a lei motivi e colpe. L’amore è semplicemente finito e forse questo è il motivo più chiaro che possa mai esserci. La confessione dell’imputato avviene ancora prima che il giudice lo chiami a deporre. La donna è in una misteriosa posizione “in piedi contro il cielo” che forse vuole descriverla come in preda a pensieri più grandi di lei, di fronte ad un abbandono che in effetti era stato immotivato all’apparenza, persa senza un motivo o una colpa, sconfitta e tradita dall’amore si ritrovava a combattere con l’immenso e inspiegabile cielo, insondabile e dispersivo.
La deposizione inizia, parte il primo ritornello e, proprio perché l’io poetico non sa trovare un alibi (forse perché non è colpevole?) inizia col presagire un altro amore, una possibilità di riscatto con il quale, però, mai potrà dimenticare quei mille giorni che persistono come l’indelebile profumo di lei. Assolutamente non è casuale la scelta del profumo come elemento concreto e sensibile, metafora di modi di fare che la futura altra compagna crederà appartenere all’io poetico, e che invece appartenevano allo stare insieme in quei mille giorni. L’imputato si sente sconfitto quanto la donna. Per questo presagisce un futuro di piccole sofferenze in una nuova relazione. Vuole dividere il dolore, vuole introdurre l’amico che in un prossimo futuro le presenterà.
Torna prepotente il ricordo dell’amore e viene perfettamente descritta la separazione tra la coppia ed il mondo:

io e te che facemmo invidia al mondo
avremmo vinto mai
contro un miliardo di persone

quasi ad indicare ad una personale difesa, tanto labile quanto appena accennata. Anche qui è di molto peso sottolineare come l’identità della quantità vada collegata alla parola mondo. Non ci si riferisce ad una situazione particolare che abbia fatto finire l’amore. L’amore finisce sempre da sé ed in questo caso è stato straziato dal gioco di eclissamenti descritto nei primi due versi, finendo per ritorcersi in sé stesso e quasi ad implodere, lontano dal “miliardo di persone” che certo non rappresentano una situazione concreta di causa ed effetto.

Mi piacerebbe uscire per un attimo dal livello semantico del commento per sondare il verso “e una storia va a ******e, sapessi andarci io” – mi si perdoni la virgola all’interno del verso ma è per evidenziare il distacco tra i concetti all’interno del verso, laddove invece i versi di Baglioni andrebbero sempre letti senza punteggiatura per conservare quel prezioso ermetismo ed importanza delle continue analogie che sono caratteristiche della maggior parte della produzione del cantautore romano. Nell’immaginario poetico di molti cantautori italiani nel tema del sesso non è condannabile il rapporto con le prostitute. Volendo fare un esempio illustre potremmo citare De André che, anzi, esalta le prostitute e, comunque, chi fa l’amore “per passione”, ergendo a eroine dell’amore personaggi come Bocca di rosa, la misteriosa Nancy, fino alla più “perversa” Prinçesa, forse esaltato da reminiscenze baudelairiane e maledette. Anche Baglioni accenna ad un amore forse ancillare nella canzone Dagli il via:

feci l’amore il primo insieme a una
senza guardarla mai né dire niente

ed è interessante citare anche il Guccini della canzone Bologna:

ed io modenese volgare a sudarmi un amore
fosse pure ancillare

Qui però Baglioni rifiuta categoricamente l’idea di potersi “consolare” con una peripatetica. Si potrebbe scorgere un azzardo borghese in questo comportamento, condizionale d’obbligo perché si deve tener presente l’atmosfera della canzone, il richiamo a quello che più tardi Baglioni definirà l’attimo di eterno. Il motivo primo della canzone, che cerca di capire se è possibile eternare un amore (anche solo un attimo, parte di esso), striderebbe decisamente con il ricorso ad un amore facile e che trova nella fugacità una delle sue caratteristiche primarie.

Dopo il ritornello riprende puntuale il motivo della separazione “senza far niente” perché “niente poi c’era da fare”, con una immagine di fuga e l’introduzione di un’altra persona, parte di quel “tutti” del fondamentale secondo verso (io credo che nei primi due versi possa davvero essere rinchiusa la chiave di lettura dell’intera canzone). Il mondo torna protagonista nella vita dei due ex amanti e proprio il riaffacciarsi al mondo aveva creato disagio nel primo ritornello. A quel punto l’unico modo per eternare l’amore era proprio farlo morire, renderlo vivo nel ricordo. Mai il mondo (qui il “lui” del “finimmo prima che lui ci finisse”) avrebbe potuto entrare nel loro connubio amoroso e mai l’imputato potrebbe incolpare la donna per quella storia crollata su sé stessa.

Successivamente viene introdotto un tema capitale nella poetica baglioniana: nei versi

volevo averti e solo allora mi riusci'
quando mi accorsi che ero li' per prenderti

troviamo il tema dell’amore e del bene che aumenta proprio nel momento dell’abbandono. Se ne trova un esempio nel Baglioni di Tamburi lontani (in Oltre):

le storie muoiono
quando c'e' piu' paura
di perdersi
che voglia
di tenersi e com'e' dura
quella soglia

Questo tema sarà splendidamente sviluppato nell’ultima parte del secondo ritornello e nel “congedo”.
Il secondo ritornello si muove sulla falsariga del primo, con una mirabile metafora della confusione dei fogli, che dovrebbe rappresentare lo scombussolamento creato nell’io poetico da quell’addio. Da segnalare anche le istanze realistiche dell’armadio e di una scrivania in disordine, che contrastano molto efficacemente con la situazione dolorosa e non tangibile della separazione.

Ma nell’ultima parte, come detto, il genio baglioniano raggiunge vette elevatissime. Il volersi bene di più nel momento dell’abbandono viene reso con il ripetersi della scena del primo incontro amoroso. L’amore, che allora ha trionfato e che si trovava ai livelli più elevati possibili, nel momento del distacco si riempie della stessa quantità che servì al momento dell’unione. Nel millesimo giorno i due amanti rivivono il primo, solo che la situazione è capovolta, i due non si avvicinano, bensì si allontanano e separandosi si avvicinano al mondo, a quel “tutto e tutti” del secondo verso. Agli altri amori i due insegneranno quello che non capirono, un sottile non sense completamente calcolato. Insegneranno cos’è l’attimo di eterno. Credo che si possa individuare nella ricerca dell’attimo di eterno il motivo ispiratore della completa opera artistica di Baglioni, il tema che lancia l’ispirazione e che in altre canzoni si identifica ora come “eterno istante” (Cuore di aliante), ora come “istante immenso” (La vita è adesso). Qui l’attimo di eterno non c’è; può essere che non ci sia al momento della narrazione, dunque c’è stato, ma non avrebbe granché senso un eterno che è stato e che non è più. Dunque anche qui l’eternità alberga assolutamente nel ricordo e l’attimo di eterno è sinonimo di “un po’ di eterno”, un pezzo di vita e di storia: i nostri mille giorni, schiettamente nominati con un rispettoso interrompersi della musica.
Qui parrebbe che Baglioni volesse comunicare il fatto che con l’amore è impossibile raggiungere l’eternità ma sappiamo quanto labile sia una considerazione così netta. Forse è quel particolare amore che era destinato a finire, e la passione sarebbe stata gioco di specchi dove i due amanti avrebbero voluto che “qul nostro amore non avesse fine”.

Fatto sta che l’amore è finito ed a sancirne la fine, come un volerci rassicurare di questo, è dato dal fatto che Baglioni si presenta alla sua ex amata come amico. Quel “ti presento un vecchio amico mio” ha il sapore della sconfitta, riproposta anche con l’evidenziare ancora che il loro amore continua nell’istante della separazione, solo in quell’istante. E forse proprio quello della separazione è “l’attimo di eterno” al quale ci si riferiva. In quel momento sì che l’amore è immenso, proprio come il cielo di fronte al quale si trovava in piedi la ragazza.

MILLE GIORNI DI TE E DI ME
(Claudio Baglioni)

Io mi nascosi in te poi ti ho nascosto
da tutti e tutti per non farmi piu' trovare
e adesso che torniamo ognuno al proprio posto
liberi finalmente e non saper che fare
non ti lasciai un motivo ne' una colpa
ti ho fatto male per non farlo alla tua vita
tu eri in piedi contro il cielo e io cosi'
dolente mi levai imputato alzatevi
chi ci sara' dopo di te
respirera' il tuo odore
pensando che sia il mio
io e te che facemmo invidia al mondo
avremmo vinto mai
contro un miliardo di persone
e una storia va a ******e
sapessi andarci io
ci separammo un po' come ci unimmo
senza far niente e niente poi c'era da fare
se non che farlo e lentamente noi fuggimmo
lontano dove non ci si puo' piu' pensare
finimmo prima che lui ci finisse
perche' quel nostro amore non avesse fine
volevo averti e solo allora mi riusci'
quando mi accorsi che ero li' per prenderti.
chi mi vorra' dopo di te
si prendera' il tuo armadio
e quel disordine
che tu hai lasciato nei miei fogli
andando via cosi'
come la nostra prima scena
solo che andavamo via di schiena
incontro a chi
insegneremo quello che
noi due imparammo insieme
e non capire mai
cos'e' se c'e' stato per davvero
quell'attimo di eterno che non c'e'
mille giorni di te e di me
ti presento
un vecchio amico mio
il ricordo di me
per sempre per tutto quanto il tempo
in questo addio
io mi innamorero' di te